Vannacci fa sognare i liberali. C’è’ già chi ipotizza un nuovo gollismo italiano ed europeo, incarnato da un uomo finalmente credibile per storia personale. Una prospettiva politico – filosofica di straordinario fascino
Intervista di Monica Macchioni a Luca Sforzini:
il Nord torna laboratorio. Ora serve un’Italia che valorizzi ogni eccellenza. Vannacci? Come Bossi… e come De Gaulle
Sforzini, partiamo dal paragone che ha fatto tra Vannacci e il primo Bossi. Un accostamento che ha fatto discutere.
Chi ha memoria del Nord non si stupisce. Bossi negli anni ’80 rappresentò un terremoto antropologico: scavalcò linguaggi, liturgie e burocrazie della politica e riportò la voce dei territori al centro. Vannacci oggi compie lo stesso gesto: buca il sistema perché parla una lingua originaria, pre-politica – ma al tempo stesso ricca di competenza e autorevolezza. È un effetto di risonanza: quando la società non si sente più ascoltata, si affida a chi rompe lo schema.
“Da Bossi a De Gaulle: in certi momenti della storia serve un comandante, non un amministratore”
E il parallelo che ha appena suggerito con De Gaulle? Ancora più impegnativo, audace.
De Gaulle non fu un semplice politico: fu un uomo che prese sulle spalle un Paese senza chiedere permesso. Quando le istituzioni traballano, non arrivano i mediatori: arrivano i comandanti. Vannacci è questo. La credibilità non la costruisci a tavolino: la porti addosso. È ciò che distingue il potere dall’autorità, e l’autorità — come insegnano i classici — nasce dall’esempio, non dalla funzione.
“La Legione del Castello non è locale. È il primo laboratorio del Nord. E domani dell’Italia”
La vostra rete era nata tra Piemonte e Lombardia. Ora?
Sforzini – Ora siamo un arco che va dal Nord-Ovest al Triveneto. L’intero Nord guarda a noi perché sente che non siamo l’ennesimo comitato, ma un luogo di elaborazione. La Legione del Castello è diventata un laboratorio del Nord, e presto — inevitabilmente — della Nazione. Stiamo rimettendo insieme persone, competenze, energie, idee, che il sistema aveva frammentato. Riunire ciò che è sparso: questa è la nostra missione.
Merito ed eccellenze: “È l’unica idea di Nazione possibile nell’epoca dell’omologazione”
Lei insiste molto sul tema del merito e della valorizzazione delle eccellenze.
Perché è il cuore di tutta la partita. L’Italia funziona quando premia chi sa fare, non chi occupa ruoli. La nostra Nazione è nata per differenza, non per uguaglianza imposta: ogni città del Rinascimento era un’eccellenza autonoma che contribuiva al tutto. È l’Italia dei mille campanili, delle mille arti, delle mille maestranze.
Se non valorizzi ciò che ogni territorio produce di unico, l’Italia si spegne. Il merito non è un discorso nordista: è un principio universale.
“Nord e Sud non sono opposti: sono due forme di grandezza. Basta con il centralismo che livella tutto”
E la storica frattura Nord-Sud?
È una fantasia comoda per chi non vuole cambiare nulla. Il vero problema non è geografico: è burocratico. Il centralismo romano ha impoverito tutti: il Nord togliendogli libertà, il Sud togliendogli dignità.
Noi proponiamo un’altra visione: un’Italia policentrica, dove ogni territorio fa ciò che sa fare meglio. Questo non divide: moltiplica. È la matematica della civiltà.
“Politica, cultura, identità: la sintesi è il nostro mestiere”
Quindi la Legione è un movimento culturale?
È più di questo. È un laboratorio, un luogo fisico e simbolico dove si cerca la sintesi tra ciò che il sistema ha separato: territorio e nazione, libertà e responsabilità, tradizione e innovazione.
Il nostro è un lavoro quasi alchemico: prendere elementi diversi, a volte apparentemente inconciliabili, e trovare il punto di unione. La cultura — quella vera — non divide, ricompone. Noi rimettiamo insieme ciò che meritava di restare insieme. E lo facciamo in un luogo simbolico ed evocativo della nostra missione: il Castello di Castellar Ponzano, sorto sul sito di un antico acquedotto romano a difesa delle nostre terre fin dall’anno Mille.
“Il sistema politico è esausto. L’Italia sta cercando una guida, non un amministratore”
Che cosa vede nei prossimi anni?
Il sistema attuale è in apnea. L’astensione non è disaffezione: è giudizio. È come se il Paese dicesse: “Così non va più bene.”
Quando la distanza tra politica e vita reale diventa troppo grande, la storia non aspetta: chiama qualcuno.
E io vedo un’Italia che ha bisogno di un nuovo inizio. Non di un tecnico, non di un contabile: di una guida. E le guide non si costruiscono con il marketing, né a tavolino. Emergono per forza naturale e inesorabile.
“La storia è ciclica. Quando la politica è debole, arrivano gli uomini forti. E uno di questi è già qui”
Vannacci può davvero avere un ruolo storico?
Ne sono convinto. S’intravvedono le condizioni geopolitiche perché sia il De Gaulle d’Italia… forse d’Europa. Ha le due qualità che servono nei momenti di rottura: visione e coraggio. La politica le ha smarrite entrambe.
Il resto lo farà il popolo, quando dimostrerà di aver capito che Vannacci non è un “generale mediatico”, ma un uomo che ha diretto operazioni reali – non parole.
Berlusconi aveva la credibilità dell’uomo d’impresa, e il popolo lo ha capito. Vannacci ha la credibilità dell’uomo di comando, e il popolo lo sta capendo.









