di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano (https://www.valutazione-quadri.it/)
Di Massimo Campigli si ricordano i volti ellittici, gli occhi a mandorla, i corpi verticali come colonne. È la scorza. Sotto, c’è un progetto severo: ricondurre l’immagine alla legge dell’ordine, togliendo l’aneddoto, asciugando il tempo, rendendo la figura umana un segno regolato. Non è un “primitivismo” di maniera: è un classicismo nuovo, che guarda all’etrusco e all’egizio non per nostalgia ma per necessità di misura. L’esperienza parigina gli offre la grammatica moderna; la memoria italiana (musei antichi, pitture murali) gli offre il codice etico.
I suoi interni – donne che filano, cuciono, contano, attendono – non sono scene di genere; sono liturgie civili. Campigli non racconta la psicologia: istituisce un rito. I gesti sono austere geometrie; i corpi, architetture; lo spazio, una scacchiera di rettangoli e semicerchi che immobilizza l’ansia del presente. Il colore – terre rosse, ocra, blu severi, grigi caldi – è materia costitutiva più che ornamento: una pelle opaca, spesso stuccata o sabbiosa, che imita il fresco e rende le figure antiche al primo sguardo. Così la modernità si risolve in una antichità inventata, a prova d’isteria.
Dietro la calma, però, c’è un tono politico: non la “propaganda”, ma l’idea che la forma ordini il mondo. Nel caos metropolitano del Novecento, Campigli fonda un monachesimo laico. Le sue donne non sono muse o oggetti; sono funzioni: tessono, amministrano, attendono, reggono. La loro frontalità non è rigidezza, ma giuramento: la civiltà tiene finché c’è disciplina dell’immagine. Anche l’eros, trattenuto e brillante, è architettura: la curva di un collo sostituisce il clamore; l’ellissi di un occhio basta a dire l’enigma.
Una pagina poco frequentata riguarda il tempo tecnologico del suo fare. Campigli costruisce la superficie come un muro: imprimiture dense, colle animali, emulsioni, talvolta sabbie o polveri per spegnere il riflesso dell’olio; poi stesure a velatura corta, scalfitture sottili, riprese “a secco” che tolgono lucentezza. Non cerca il virtuosismo: cerca tenuta. È una “economia del mezzo” che molti scambiano per antichismo; è, al contrario, lucidissima modernità.
Sul piano simbolico, è evidente la genealogia: testa-colonna, occhio-amuleto, mano-litania. Il quadrato domestico – tavoli, telai, telaietti – è un altare; il cerchio (ciotole, ruote, monili) è un’ostia laica che chiude lo spazio in una misura pacificata. Nulla di esoterico programmatico, ma una scienza del segno che usa archetipi per educare lo sguardo.









