di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano (https://www.valutazione-quadri.it/)
Portare Guido Crepax al Museo di Santa Giulia non significa nobilitare “il fumetto” con il timbro museale: significa riconoscere che Crepax ha costruito un’antropologia del desiderio per immagini e sequenze. Valentina non è una pin-up: è un dispositivo cognitivo. Sogno, cinema mentale, memoria urbana di Milano, jazz, pubblicità, moda: tutto entra nella tavola come in un montaggio di Ejzenštejn in cui l’ellissi è la vera protagonista.
Crepax lavora sul tempo più che sul nudo: tavole dove il corpo è ritmo, non oggetto. La sensualità smonta ruoli, scardina cliché, allude senza pornografia. Gli interni, le superfici, gli arredi parlano una lingua di design: la città moderna come camera di risonanza del desiderio. Non è un erotismo commerciale: è educazione dello sguardo alla complessità del femminile e alla vulnerabilità del maschile.
L’operazione di Brescia è importante perché mette in campo archivi, materiali rari, disegni, prove di stampa, fotografia d’appoggio. È così che si costruisce la storia materiale di un autore, ed è così che si smonta la retorica che separa “arte alta” e “bassa”. La tavola originale (china, retini, tempera, graffi, pentimenti) è il luogo dove si vede il lavoro — e dove si riconosce la mano.
Aggancio alla politica culturale. In Italia si fa presto a censurare o banalizzare. Crepax costringe a scegliere: o lo si riduce a costume, o lo si studia come lessico della libertà. Un museo che opta per la seconda via investe su pubblico e scuole: non per scandalizzare, ma per fornire strumenti critici.









