di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano
L’arte è sempre stata politica. Non perché debba fare propaganda, ma perché custodisce memoria, identità, priorità collettive. Oggi questa dimensione è tornata visibile: musei, biennali e fondazioni non sono spazi neutri, ma luoghi dove si decide chi racconta cosa a chi. In questo quadro il ritorno dell’orgoglio nazionale non è un rigurgito nostalgico: è un riequilibrio. Significa rimettere al centro il patrimonio, la lingua della tradizione, la responsabilità verso i contribuenti e una nozione esigente di pluralismo, fatta di confronto vero e non di catechismi culturali.
Il nodo del soft power è qui: chi stabilisce l’agenda simbolica? Per anni la programmazione è sembrata orbitare attorno a parole d’ordine globaliste, con mostre che preferivano il gesto morale al rigore storico. L’orgoglio nazionale chiede trasparenza su finanziatori, partner e clausole, e pretende reciprocità negli scambi internazionali: prestiamo, collaboriamo, viaggiamo, ma senza trasformare il museo in un ministero parallelo che detta linee politiche sotto la copertura dell’estetica. L’istituzione pubblica deve tornare a essere casa del dubbio, non fabbrica di conformismo.
Difendere l’identità non significa chiudersi. Vuol dire stabilire priorità: restauri, archivi, scuole di restauro e di mestiere, biblioteche specialistiche, valorizzazione dei musei territoriali, educazione dell’occhio. I denari pubblici non dovrebbero pagare attivismo di parte, ma servizio culturale: programmi accessibili, ricerca solida, allestimenti che non demonizzino il passato ma lo interroghino. L’orgoglio nazionale non abolisce il confronto col mondo: lo fonda su basi chiare, su una tradizione che si amplia senza cancellarsi.
C’è poi il tema delle sponsorizzazioni. I soldi hanno sempre avuto colore culturale: la differenza è dichiararlo. Pubblicare bilanci e patti di naming, rendere esplicite eventuali agende, permettere a donatori con visioni diverse di sostenere progetti differenti: questa è la via breve per uscire dall’ipocrisia. Il pubblico potrà valutare con maturità; i curatori torneranno a confrontarsi con il merito, non con la pressione dell’ultima campagna social.
Il canone occidentale è stato trattato come un problema. È, al contrario, la spina dorsale che ci permette di accogliere e comprendere nuove voci. Aggiungere non vuol dire distruggere. Corretta manutenzione del canone significa rileggerlo criticamente, non rottamarlo per guadagnare un titolo di giornale. Rimuovere statue, riscrivere etichette come se fossero sentenze, cancellare opere scomode: tutto questo produce amnesia, non giustizia. L’orgoglio nazionale rifiuta la damnatio memoriae travestita da progresso.
Un altro fronte è quello della libertà espositiva. Negli ultimi anni abbiamo visto opere ritirate, conferenze annullate, curatori messi alla gogna perché non allineati. È il ricatto del veto: pochi rumorosi decidono per tutti. Il museo deve tornare foro pubblico. Curare significa anche predisporre contraddittorio, accettare dissensi, ospitare letture opposte nella stessa mostra. La cittadinanza culturale non si educa con i divieti, ma con il confronto.
Sul piano internazionale, l’orgoglio nazionale non è chiusura: è fermezza. Scambi sì, ma su base di rispetto e reciprocità; prestiti sì, ma con tutela reale delle opere; cooperazioni sì, ma senza boicottaggi selettivi che trasformano il museo in tribunale geopolitico. La diplomazia culturale funziona quando non rinnega i propri valori.
Infine: educazione e mestieri. La cultura ha bisogno di mani, non solo di manifesti. Servono borse per giovani restauratori, incentivi a botteghe-scuola, dotazioni per laboratori diagnostici, sostegno a catalogazioni e digitalizzazioni serie. È qui che l’orgoglio nazionale si misura: nella qualità materiale della cura del patrimonio, non nella retorica.
Anche il mercato segue i cicli ideologici: serie “a tema” che bruciano in poche stagioni, prezzi gonfiati dall’onda del momento. Una politica culturale ancorata all’orgoglio nazionale pretende tracciabilità delle provenienze, incentivi fiscali per acquisizioni pubbliche di opere storiche, e una cultura collezionistica fondata sulla qualità interna dell’opera, non sul clamore.
Conclusione: se c’è una guerra culturale, la si vince senza urlare. Con musei trasparenti, programmi robusti, libertà di parola, cura del reale. L’orgoglio nazionale non è una bandiera agitata: è una pratica quotidiana che restituisce dignità alla storia, forza al presente e futuro al patrimonio.









