Molto opportunamente, in questa sede – ove si evoca il momento cruciale della storia europea e globale noto come “Rinascimento” – si è discusso, in ultimo grazie al contributo di Davide Arecco sullo scrittore e gesuita bassanese G. B. Roberti, di “Illuminismo”, da un punto di vista però molto ampio, attento al pensiero religioso e conservatore. Ora, non occorre essere storici professionisti per avere abbastanza elementi per porre in dubbio, a ben vedere, entrambe le categorie, almeno nella loro formulazione originaria. “Rinascimento” (dopo il “Medio Evo”, categoria altrettanto fittizia e strumentale) doveva indicare rinascita dopo i supposti “secoli bui” dominati dal Cristianesimo; “Illuminismo”, più o meno la stessa cosa: i “lumi” laici gettano la luce crudele della ragione sulle supposte “tenebre” di nuovo di natura religiosa, e segnatamente cristiana. Non a caso il secolo dove la Riforma cattolica trionfa, il Seicento, è stato stigmatizzato come “Barocco”, quasi un intermezzo di ritorno delle tenebre (religiose), dopo l’avvento delle prime luci della nuova alba dell’umanità, col “Rinascimento”; ben poco “laico”, ma qui la funzione di “illuminazione” è data dai Protestanti, che se laici non erano proprio, quantomeno, incrinavano il sistema cattolico-romano, ovvero il centro della Cristianità stessa. Poi gli “Illuministi” facevano piazza pulita, sistematicamente, di ogni religione e confessione. Tutta questa massa di menzogne è stata ampiamente, ma non totalmente, spazzata via dalla storiografia. Il Rinascimento è essenzialmente cristiano, ed esiste un Cattolicesimo illuminato (studiato da figure come il compianto Mario Rosa e il giovane brillantissimo Ulrich Lehner, tra numerose altre) che domina in Europa, relegando i radicali, i materialisti, gli atei e panteisti in angoli periferici, anche se la storiografia laica più dipendente dalle mode e dal “politically correct” ha tentato, senza riuscirvi, di porli al centro della scena. Se veramente dai lumi radicali fosse venuta l’oscena festa di morte della Rivoluzione francese in tutte le sue fasi, ma più acutamente durante il Terrore, come oramai ci raccontano tutti (ma si legga sempre Cittadini di Simon Schama), i massacri getterebbero pessima luce non solo su loro perpetratori – che ben poco sapevano di filosofia – ma anche su quella filosofia radicale stessa, che certo non li prevedeva, perfino in un mondo “etsi Deus non daretur”.
Come ci si è salvato dalla mala intenzione intorno alla creazione/ideazione originaria di categorie come Rinascimento e Illuminismo? Vedendo bene come esse presuppongono e mostrano una grandiosità dello Spirito umano che ricomprende, ampiamente, la religione e segnatamente le religioni rivelate, nell’accordo di Fede e Ragione, per cui si può parlare legittimamente di esse ed utilizzarle rovesciando proprio le cattive intenzioni di chi le ha create. Anche se – e questa è la mia personale prospettiva – l’avanzamento del genere umano, nel quadro di un disegno divino, ovvero, Provvidenza e Progresso, suggerisce, nella sua linearità di fondo, una “tesi continuistica” nella storiografia, che riflette l’avanzare del genere umano nella Storia stessa. Per cui è meglio, come conseguenza, fare a meno di tutte queste categorie (utili solo per la suddivisione del lavoro professionistico), e studiare invece analiticamente e nel dettaglio gli sviluppi dello Spirito umano, ove tali sviluppi siano presenti, poi alla fine soltanto nelle scienze: la letteratura non progredisce, le arti non progrediscono, ma mutano. Neanche la filosofia. Neanche la morale. Neanche i sistemi politici, che sono sempre gli stessi, in alternanza e sovrapposizione, dai tempi di Aristotele ma forse anche da prima. Il progresso si ha ove è in gioco una funzione veritativa, volta ad un fine pratico: la medicina progredisce di certo, ma non in astratto, nella misura in cui vengono salvate più vite e curate più malattie. Dunque, nella misura applicativa. Che non hanno le arti tutte, ma che non ha neanche la filosofia.
Dunque, dopo aver messo in guardia dall’operazione criminale che consiste nel ridurre un secolo intero ad un movimento di pensiero, che nella sua forma radicale fu marginale, e pessimistico (contrario dunque allo spirito del secolo stesso), ovvero nell’identificare il Settecento con l’Illuminismo, occorre riflettere, viepiù, su questo secolo straordinario, a suo modo breve: nasce con la morte di Luigi XIV e la fine dell’importantissima Guerra di Successione spagnola, e finisce con la Rivoluzione francese. 1715-1789. Questo è il Settecento.
Una lunga premessa per segnalare un breve volume. Breve ma ricchissimo di spunti, I Lumi in viaggio. Itinerari nell’Odeporica settecentesca (Città del Silenzio, Genova), curato da Elisa Bianco, all’interno della bella collana ideata e curata da Davide Arecco, giunta al suo quindicesimo volume in pochi anni, “I Quaderni di Minerva”. Studiosi di diversi orientamenti si cimentano con uno delle attività più vivaci del Settecento intellettuale, il viaggio. Ma non solo Grand Tour: viaggio di scoperta, viaggio erudito, viaggio d’affari, viaggio scientifico, viaggio nella teoria e nella metodologia (viaggio “concettualizzato”). Non che i secoli precedenti non conoscessero la letteratura di viaggio ed avessero splendido viaggiatori, si pensi solo al Cluwer citato da Arecco in questo blog in riferimento a Holste: siamo nel primo Seicento. Ma nel Settecento il viaggio – e quindi la letteratura relativa – esplodono. Questo fa riflettere sul rinnovato ottimismo che pervade il secolo XVIII. Un ottimismo che si fonda sulla pace – relativa, ovviamente, sempre pronta a incrinarsi – dopo la fine della Guerra di Successione spagnola, pace o quantomeno assenza di guerre devastanti, per quanto la Guerra dei Sette anni sia la prima vera guerra mondiale della Storia. Il viaggio soddisfa le due anime filosofiche del Settecento: l’empirista lo vede come “experimentum”, come ricerca del nuovo e verifica delle proprie conoscenze; il razionalista lo vede come modo per comprovare la verità assoluta della Ragione, come verifica del sillogismo sull’identità della natura umana. Il viaggio è proiezione dell’io, e nella secolarizzazione dell’antico “itinerarium” religioso, del pellegrinaggio, conserva una forte propensione verso la scoperta, e celebrazione, del Divino nella diversità delle situazioni geografiche e antropologiche. Il viaggio fa del Settecento – insieme alla scienza e alla filosofia – il primo grande laboratorio della modernità, favorito da circostanze intellettuali – le premesse del nuovo metodo scientifico poste nel Seicento – e le rivoluzioni che ancora oggi determinano il presente: quella demografica, quella industriale, quella tecnologica e quella scientifica, ma anche quella agraria, che rendono innanzi tutto il mondo molto più vivibile, e inducono ad un ottimismo di fondo, che il grandissimo Leibniz pone a fondamento della sua filosofia, molto più grandiosa e onnicomprensiva rispetto a quella, pensata innanzi tutto per sedurre un pubblico e conquistare un mercato, di un Voltaire che ironizza su di lui. Leibniz muore un anno dopo Luigi XVI: in un certo senso sono entrambe queste figure, gigantesche, a preparare il Settecento.
Così nasce la società globale, e il viaggio ne determina le coordinate, diviene strumento di formazione, con una sua pedagogia ben delineata, e strumento di “conquista” anche solo intellettuale, anche solo con lo sguardo e la mente, dell’alterità, che dunque viene rispettata nel suo essere lontana e dotata di una propria identità, e di propri confini. Il potenziamento dell’io che fa il secolo XVIII è essenziale nel conservare i tratti (e la proprietà) altrui. Tutto si moltiplica rispetto al secolo precedente, ancora gravato dalle pesanti conseguenze di una guerra totale, quella dei Trent’anni, che aveva pesato come un macigno sulla prima metà del secolo, ponendo però fino a quella poderosa guerra civile europea nota sotto il nome di “guerre di religione”. Almeno a questo quel massacro trentennale era servito. L’Europa rappacificata esprime, nel Settecento, tutte le proprie infinite possibilità, si pone davvero a centro del mondo.
Il libro curato da Elisa Bianco ci porta sulle tracce di autori e itinerari a volte noti, a volte meno. Questo l’indice, che essendo un volume breve è facile riportare nella sua interezza: “Giovanni Fabbroni in Inghilterra: la Royal Society, il sistema Norfolk e le tecniche agricole” di Davide Arecco; “Il Massa’ ba-’Arav di Shemuel Romanelli tra testimonianza storica, riflessione morale e narrazione”, di Erica Baricci; “Auf die Schiffe, ihr Naturforscher!” Rileggere Pehr Kalm” dell’autore di queste righe; “Svedesi in Italia: il viaggio di J.J. Björnståhl (1770-1773)”, di Elisa Bianco; “Carlo Amoretti: un viaggiatore italiano dell’età dei lumi” di Pietro Dettamanti; “Un italiano in America e non solo: Filippo Mazzei” di Michele Grondona; “«La smania dell’andare»: sui viaggi dell’Epoca terza della Vita di Vittorio Alfieri”, di Enrico Ricceri; per finire con “Giuseppe Maria Galanti e l’edizione napoletana dei Viaggi di Cook”, di Andrea Sisti. Un gradevolissimo percorso nell’odeporica di un secolo che fece di tale arte una scienza, e di tale passatempo prima ancora una vera e propria arte, e perfino un’alternativa, praticata da molti, agli studi universitari, alla conoscenza “stanziale”.
Prof. Paolo Luca Bernardini









