Castello Sforzini

di Castellar Ponzano

Giambattista Roberti e il Settecento conservatore tra Repubblica di Venezia e Regno Unito

Tra i miti della cultura storiografica left oriented – e quindi politically correct – vi è, da anni, quello dell’Illuminismo radicale, che in realtà fu nell’Europa settecentesca un fenomeno abbastanza marginale, quanto ad influenza, in ogni caso solo uno dei volti (e neanche il maggiore, visto che, nel XVIII secolo, a troneggiare, fu il Settecento riformatore, immortalato da Franco Venturi) del sapere del ‘700. Eppure ci si ostina a cercare nei radical whigs britannici e in alcuni philosophes francesi, con un approccio teleologico metodologicamente e storicamente sbagliato, presunti fermenti di tipo liberal-democratico, poi emersi in tutta la loro pienezza e portata solo nei due secoli successivi: è il punto di vista fra gli altri di Jonathan Israel, che ha ribadito la banale quanto discutibile discendenza della Rivoluzione francesi dai Lumi radicali (altro mito duro a morire e, storicamente, poco fondato, valido al più solo per la Francia luigiana).

La corretta verità storica è stata semmai posta in evidenza dal grande John Pocock. Lo storico di origini neo-zelandesi ha infatti richiamato tutta l’utilità insita nell’individuare quella che è stata, piuttosto, una famiglia (allargata ed eterogenea) di Illuminismi, rigorosamente al plurale, come, del resto, plurale fu innegabilmente la cultura settecentesca. A un Settecento riformatore (esaminato dal nostro Venturi e presente, in concreto, negli spazi italiani ed in parte transalpini) e ad uno radicale – quello di libertini, deisti, panteisti spinoziani, dissenters repubblicani olandesi e free-thinkers dalle vedute repubblicane – si affiancò anche un non trascurabile (se non per meri pregiudizi) Settecento conservatore, fedele all’istituto monarchico e alla tradizione nobiliare, alla fede e agli usi razionali e sociali del nuovo sapere illuministico, fautore di un piano di riforme statali dall’alto, per migliorare senza sconvolgerli i quadri politico-istituzionali vigenti. Sono i Lumi dell’Inghilterra e della Scozia newtoniane, della grande Prussia federiciana, del Sacro Romano Impero, della Lombardia asburgica e della Toscana lorenese, del Piemonte sabaudo, della Russia zarista. Tutti luoghi in cui la cultura di marca illuministica fu ben presente, ed in varie forme, senza mai condurre a rivoluzioni e senza mai far registrare uno sbocco liberal-democratico del minoritario – nel Settecento europeo – radicalismo illuminista, rintracciabile quasi solo nei territori delle Province Unite (e, qui, a contatto con il sapere e i valori comunque della religione protestante) e in alcuni circoli di enciclopedisti francesi. Altrove il Settecento fu riformatore (come illustrato e dimostrato da Venturi e Rotta) o conservatore (ambito e correnti ancor da studiare e approfondire in dettaglio, ponendo finalmente da parte ottiche teoriche preconcette e schemi pregiudiziali).

Un caso a sé fu Venezia, ove la tradizione storica di marca repubblicana incrociò riforme che non volevano, in ogni caso, tradire un glorioso passato ed il culto per esso. Negli spazi veneziani del secolo XVIII, si segnalò una importante e dimenticata figura di attore storico-sociale, Giambattista Roberti (1719-1786), scrittore e poeta bassanese, nato da famiglia aristocratica. Nel 1729 Roberti fu inviato a Padova, per seguire gli studi sotto la guida dei Gesuiti, frequentando altresì i maestri più in vista dell’Ordine benedettino. A lungo, stante la sua fervida fede, si domandò se prendere i voti. Nel 1736, si spostò a Bologna, ove seguì un cursus studiorum che lo mise in contatto con letterati, artisti e uomini di scienza dell’Ateneo felsineo. Nel 1743, venne infine ordinato sacerdote ed in autunno si portò a Brescia, dove fece la conoscenza di Saverio Bettinelli: fu l’alba di una amicizia, durata tutta la vita, all’insegna di una marcata condivisione di interessi culturali comuni. Al 1744 risalgono poi i primi componimenti poetico-letterari robertiani: versi encomiastici e lodi, per lo più. Nel 1746, egli si trasferì a Parma, chiamatovi come docente di retorica, presso il Collegio dei Nobili, per un lustro, prima di cedere la cattedra al sodale Bettinelli, per dedicarsi, a tempo pieno, alla vita accademica ed agli impegni di autore teatrale, in linea con il gusto intellettuale della tradizione ignaziana, tanto sei, quanto settecentesca. Roberti si avvicinò quindi in questo periodo alle rappresentazioni goldoniane, da lui molto apprezzate, e fatte oggetto di stima ed elogi. L’interesse per il teatro di Goldoni spinse, inoltre, Roberti a studiare la storia delle rappresentazioni sceniche dalle origini all’età moderna. Nel 1751, lo scrittore veneto ritornò a Bologna, in veste di docente, presso il Collegio gesuitico di Santa Lucia. Nella città emiliana, si rafforzò la vocazione dotta ed erudita del religioso bassanese, unita da allora sempre più ad una fortissima quanto competente curiosità scientifica, verso le nuove frontiere e della meccanica e dello sperimentalismo inglese (da tempo Bologna era uno dei feudi italiani della cultura newtoniana anglo-britannica). In linea con gli standard del newtonianesimo inglese di inizio Settecento e dunque con i canoni della teologia naturale – la rational religion dei Boyle Lecturers e dei seguaci della scienza gravitazionale di Newton – appresa da Roberti anche grazie alla cerchia di amicizie felsinee di quegli anni e ai continui carteggi con i colleghi della penisola. Bologna stessa, soprattutto nella prima metà del XVIII secolo, era uno degli avamposti dell’Illuminismo cattolico ed un polo e centro di diffusione del nuovo sapere scientifico, di primissimo piano, in particolare nella costellazione degli studi di fisica matematica e astronomia d’osservazione, nonché anatomia e storia naturale. Nella Bologna dei newtoniani e dei baconiani, i quali guardavano all’Inghilterra dei Lumi moderati come a un faro culturale e un modello ineguagliato di conciliazione accademica tra fede e scienza entro le mura della Royal Society, imperava allora il paradigma algarottiano di divulgazione scientifica del newtonianesimo tanto in voga nell’Europa del Settecento. Nella città felsinea Roberti frequentò, altresì, Iacopo Vittorelli, principe degli arcadi emiliani. Venere e Minerva lo ebbero assai devoto, come tanti altri, che fra XVII e XVIII secolo (specie a Roma) si dedicarono congiuntamente a lettere e scienze. Al quadrivio fra Gravina e Muratori, Crescimbeni ed Algarotti, Roberti aveva lui come altri oramai trovato la propria strada, transitando, serenamente e senza scossoni, dal Barocco a Newton.

Grazie a relazioni accademiche ed entrature potenti, Roberti divenne in breve un protagonista della Bologna scientifica e letteraria, del mondo di salotti e cenacoli sperimentali. Nel 1767, Roberti fece dare alle stampe, a Bologna, presso la tipografia di Lelio Della Volpe, anche il primo degli otto tomi complessivi dei suoi scritti. Un soggiorno – quello in Emilia, legatissima da ogni punto di vista all’autorità della Chiesa di Roma – che durò per vent’anni, e cambiò la vita di Roberti, professore di Sacra Scrittura, dal 1755 al 1773. Su quel mondo calò il sipario, quando papa Clemente XIV sancì il 21 luglio 1773 la soppressione della Compagnia di Gesù. Fu la fine di un’epoca, non solamente per Roberti. Da allora, lasciata Bologna, questi visse a Padova, Vicenza e Treviso: anni di spostamenti e di viaggi continui, nel segno di un’inesausta ansia di conoscere e di un’altrettanto forte inquietudine spirituale, almeno sino al ritorno nella natia Bassano: qui, Roberti si appassionò, sempre più, ai temi e problemi legati alla stampa, collaborando con la famiglia dei Remondini, tipografi e librai, attivi a Bassano, figure assolutamente centrali, per valutare, con gli strumenti della storia editoriale odierna, la capillare penetrazione delle nuove idee settecentesche nella cultura bassanese e veneziana durante il secolo XVIII, nonché la notevole diffusione di esse a partire da un centro provinciale e nevralgico nel medesimo tempo.

Proprio la collaborazione robertiana con i Remondini, per i quali il gesuita fece da consulente, conferma la vena inesauribile del suo impegno intellettuale, in prima linea. Roberti suggerì, in molti casi, agli stampatori la pubblicazione o traduzione di autori ed opere. La prova ulteriore di quanto il religioso veneto fosse un figlio della sua epoca, calato appieno nel proprio tempo. Di numerosi libri, dei quali aveva avuto notizia tramite i suoi contatti oltremontani, Roberti caldeggiò la stampa. Assai attento al nuovo e all’utile (da vero illuminista, quindi), soltanto votato a disinnescare una eventuale ricaduta radicale delle nuove idee (qui, da conservatore) – e le due cose non sono mai in contrasto – Roberti affidò, agli stessi Remondini, il compito di pubblicare gli scritti dei suoi ultimi anni, di fatto l’opera omnia del conte ignaziano. A tre anni dalla sua scomparsa, infatti, sarebbe stata realizzata la stampa della prima collezione completa delle Opere dell’abate Giambattista Roberti (1789), per 12 volumi in tutto.

La tranquillità concessagli dal ritiro intellettuale nella pace bassanese – solo per scelta, ma di questo isolamento volontario in fondo intimamente felice – permise a Roberti di continuare il lavoro di studioso. Scrisse trattati in difesa della fede cristiana che, di fatto, erano una controparte, cattolica e tradizionalista, dell’apologetica anglicana, che aveva potuto conoscere ed apprezzare, a Bologna, a contatto con i newtoniani dell’Istituto delle Scienze. Uscire dalla crisi della coscienza europea, nel costante ed orgoglioso rifiuto degli eccessi materialisti dell’Illuminismo radicale: fu questo, infatti, l’impegno robertiano negli ultimi anni di vita. Con la sua prosa davvero colta e raffinata, elegante e dottissima, il Conte veneto seppe confrontarsi, con aperta generosità e necessario rigore, con frange anchi irriverenti del pensiero della sua epoca, studiandone e segnalandone i punti deboli, scendendo in campo in difesa del cristianesimo, contro gli attacchi di atei e miscredenti. Reazionario raffinato, come l’abate Barruel aperto comunque ai quadri intellettuali della nuova scienza newtoniana di area inglese, Roberti fu in pratica un apostolo nostrano di quel clericalismo moderato che la storiografia sa essere caratteristico dell’Illuminismo britannico: il Settecento conservatore, di cui in precedenza si richiamavano l’importanza e il ruolo storico nella cultura del XVIII secolo, lo stesso in Inghilterra del massone di destra Edward Gibbon – il gigante dei Lumi inglesi, come ebbe a definirlo Venturi – nemico acerrimo dei giacobini, uomo d’ordine con un fortissimo senso dello Stato e delle istituzioni pur restando un illuminista sul fronte valoriale (come attesta il suo sommo capolavoro, la History of the Decline and Fall of the Roman Empire).

Il frutto degli ultimi anni di riflessione di Roberti è una serie di scritti contenenti le pagine più importanti del gesuita bassanese. Tra queste menzioniamo il trattato Del leggere i libri di metafisica e le Annotazioni sopra l’umanità del secolo Decimottavo, due opere che ebbero successo anche al di là dei confini italiani. Sino alla fine, Roberti si mantenne costantemente aggiornato, circa il dibattito culturale, scientifico e letterario del suo tempo, non solo italiano. La sua fu una cultura europea, che meditò, a fondo, sui maggiori temi dell’Illuminismo, esaminandone aspetti ed implicazioni. Roberti, con spirito critico, lesse i maggiori libri di Voltaire e Rousseau (ne ne trovano echi nei suoi quattro Trattati sul lusso), al pari della Enciclopedia – che nel corso del XVIII secolo ebbe traduzioni sia a Venezia sia a Napoli, sia a Genova sia a Livorno (nella città labronica stampata da Aubert, amico di Beccaria, in collaborazione con i savants del Piemonte amedeano: nobili, massoni, militari e uomini di scienza, inclini a usare la nuova tecnologia al servizio dello Stato) – e della letteratura teologica e scientifica, inglese ed austriaca. Londra e Vienna, assai più di Parigi, furono i fari di Roberti. Molto gli venne anche dalla preparazione intellettuale e dall’ambiente dei Gesuiti. Aperto e generoso nello studio, aduso al confronto a vasto raggio, eruditissimo, in pressoché ogni ramo delle scibile, Roberti rimase fedele al principio per cui conoscere a fondo le tesi di un avversario consente di combatterle nella migliore maniera.

Il cattolicesimo illuminato, l’apologetica cristiana, l’apertura ai Lumi conservatori, l’interesse per la pubblica felicità, fondata sull’impiego sociale del sapere moderno: furono questi gli orizzonti robertiani. L’ideale di carità proposto dal gesuita bassanese sposa Cristo e Bacone. La filantropia e la scienza si intersecano, nella sua visione, ispirata, certo, dalla grande lezione muratoriana. Roberti, inoltre, ebbe molto chiara la funzione che le istituzioni politiche dovevano svolgere, pure in ambito economico, promuovendo qui adeguate riforme agrarie e incentivando nuove pratiche agricole. Egli fu, inoltre, relativamente alla tratta degli schiavi, uno strenuo sostenitore dell’abolizionismo, su ciò in linea con Raynal (e Diderot) nella Francia dei philosophes.

In campo artistico-letterario, Roberti amava poesia e storiografia, teatro e musica. Non però i romanzi – vide gli albori del successo di Wieland e Goethe – a suo avviso potenzialmente forieri di idee sovversive nei confronti dell’ordine costituito. Illuminista reazionario – non è un ossimoro o un paradosso – Roberti godette di stima e circolazione, presso gli esponenti della cultura a lui coeva, e, al principio del XIX secolo, Leopardi gli riconobbe grandezza di scrittore. Oggi, fortuna e studi di area robertiana non possono prescindere dalle sue corrispondenze epistolari, i veri e propri tesori, a disposizione dello storico, per illuminare il perduto macrocosmo intellettuale e suo e del Settecento conservatore italiano.

 

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