Castello Sforzini

di Castellar Ponzano

La Camera e la Meraviglia: Wunderkammern a La Spezia

Il Seicento fu il secolo della rivoluzione scientifica e filosofica. In qualche modo, la ricorrenza di calamità, dalla peste alla guerra, e invariabilmente le carestie, invitavano ad un raccoglimento, interiore, poi riflesso anche nelle forme esteriori. L’ intérieur si declinava, anche, nella Wunderkammer, la “camera delle meraviglie”, invenzione rinascimentale che il Seicento perfeziona, mentre la nuova filosofia empiristica invita all’osservazione, sia sperimentale, sia compiaciuta, della realtà. Realtà che la filosofia alla prima opposta, il razionalismo, ordina in un costrutto armonico, una sequenza di idee che accompagna la sequenza delle cose; o, altrimenti, “l’armonia prestabilita”, insomma, le due maggiori discendenze della scuola cartesiana, Spinoza e Leibniz. Anche se la filosofia della meraviglia si esprime alla fine in tutte le sue sfumature, crediamo, nel cartesianesimo cristiano, Malebranche, ad esempio, genio indiscusso della filosofia naturale coniugata con l’azione divina, sempre ricercata, sempre sfuggente.

Come che sia: il prezioso, centralissimo Museo Lia di La Spezia – una delle istituzioni culturali che ha cambiato volto alla città col golfo naturale più bello, forse, del Mediterraneo, ma fino a poco tempo fa tutta marittima, commerciale e militare – ospita fino a fine ottobre una mostra, ‘Naturale Meraviglia’. Tesori e arte dalle corti dei principi, che è una gioia per gli occhi e per la mente. Curata da Andrea Marmori, direttore dei musei civici spezzini, e allestita da Emanuele Martera, con il fondamentale contributo di Antonio Guerrera, ci immerge nel mondo delle “meraviglie” secentesche, e in quello del loro culto, certamente legato alla nozione “tedesca” e alla cultura protestante, ma non certo alieno dalle corti italiane, quella medicea soprattutto, in un Seicento toscano che come diversi studiosi hanno mostrato – di recente Davide Arecco col suo ricchissimo volume Dai Medici ai Lorena. Scienze e istituzioni nel Granducato di Toscana (1630-1780), pubblicato nel 2025 da Città del Silenzio – era ricchissimo di attenzioni per le novità e aperture al vasto mondo: non indegne certo dei grandiosi orizzonti rinascimentali della Firenze pienamente libera e contrassegnata dal mecenatismo illuminato di Lorenzo, che significativamente morì  – significativamente – l’anno stesso in cui niente meno che un Mondo Nuovo venne scoperto.

 

Il Seicento certamente è un secolo ove le esplorazioni geografice rallentano, ma certo non si fermano, Van Tasman arriva in Australia e dà il proprio nome all’isola splendida della tigre (estinta) e del diavoletto (ben vivo, anche nell’immaginario del fumetto), numerosi altri tentano rotte nuove, o ne perfezionano di vecchie. Hudson va alla ricerca di quel “passaggio a Nord-Ovest” al centro in questi giorni, col nome di “rotta artica”, dell’incontro di Anchorage tra Putin e Trump. Ma finito l’impatto primo del Mondo Nuovo e del suo esotismo – se non finito, quantomeno smorzato – l’occhio cade sulle “meraviglie” della natura, fino ad allora magari ignorate dalla scienza. Che nel Seicento avanza in modo mirabile: ci si avventura, almeno idealmente, al centro della terra, dal gesuita Kircher nella Roma barocca, al teologo protestante inglese (non proprio amato dagli anglicani, per la sua teoria del “sonno delle anime”), Thomas Burnet; ci si avventura anche sul fondo dei mari, e ci si innamora delle forme che nell’una e nell’altra delle parti “sommerse” del globo si trova. Fossili, conchiglie.

La conchiglia, con la sua innegabile sensualità, ma anche con le sue più disparate forme, diviene addirittura oggetto di un culto collezionistico maniacale: sempre all’ombra della Fede, della fisico-teologia secentesca: che cosa avrà voluto dirci Dio inventando quelle forme, e perché le riteniamo belle, cercando di possederne, e classificarne, il maggior numero possibile? Per avvicinarsi, forse, ad una migliore conoscenza del “disegno”, ovvero finalmente, della mente divina stessa? Una delle maggiori esperte del tema, la storica dell’arte Claudia Swan, della Washington University di Saint Louis – una delle maggiori, ancorché da noi relativamente poco nota, università di ricerca americane – ha curato un volume sulla “concofilia” europea, vera e propria “peste naturalistica” che si diffonde come un morbo tra Province Unite, Inghilterra, e in tutta l’Europa germanica, francese ed italiana: Conchophilia: Shells, Art, and Curiosity in Early Modern Europe, pubblicato nel 2021 dalla Princeton University Press, presenta contributi notevoli di storici del calibro di Marisa Anne Bass, Anne Goldgar, Hanneke Grootenboer, ed altri. Che cosa si nascondeva nell’eco del mare che s’ode appoggiando all’orecchio alcune conchiglie? Quali misteri sono nascosti – oltre alle perle – in questa meraviglia della natura? Di cosa è fatta la conchiglia?

La mostra spezzina poi ci conduce in altri territori, nelle forme complesse e affascinanti degli scheletri degli animali, e dell’uomo, con un cranio di elefante indiano che si ammalò e morì proprio alla Spezia, con le sue orbite che rimandano al vuoto assoluto, ai buchi neri della natura che fanno tutt’uno con quelli, allora non ancora scoperti, del cosmo. Certo siamo già nell’Ottocento con i serragli ambulanti, sorta di circhi dedicati solo agli animali, che in qualche modo portarono la meraviglia fuori dalle corti, dall’aristocrazia al popolino, ugualmente in grado di entusiasmarsi, di porsi domande, di cercare di vedere più lontano del proprio limitato orizzonte.

Ma la mostra ci consente anche di venire a contatto con preziosi miniatori come Ottaviano Monforte, morto a Torino nel 1696, grande maestro della natura morta, genere che nella Spagna secentesca, absburgica, aveva avuto il proprio esordio, e per tanti aspetti il proprio trionfo. Le nature morte trasformano in fossili frutta, verdura, e animali vivi, contribuiscono, col loro essere minima sezione di museo, alla “enciclopedizzazione”, per dir così, del mondo. Anche se con la sua natura morta con insetti in mostra qui, Monforte, attivo per decenni alla corte sabauda, restituisce una vitalità fortissima, senza “spillarli” minimamente, agli insetti – e soprattutto alle farfalle – che dipinge, in colori lievi e lieti, veramente aerei.

Il mondo del meraviglioso – l’origine della filosofia, il taumazein del Teeteto platonico, poi ripreso da Aristotele – ritorna nel mondo romano, cui fa spesso riferimento la mostra. Il “ex Africa semper aliquid novi” di Plinio il Vecchio. Plinio è egli stesso – anche se solo sulla carta, a quanto ci è dato di sapere – il primo grande collezionista (soprattutto, ma non solo, di prodotti della natura): la Naturalis historia alla fine è una sola Wunderkammer divisa in 36 camerette, o piuttosto, grandi saloni separati, ma congiunti da un unico filo: osservare, classificare, utilizzare.

Ma anche la celebre frase di un altro stoico, non sempre in accordo con Plinio, Tacito: “Tutto ciò che è ignoto si immagina pieno di meraviglie”, ci dice molto al riguardo: e il Seicento cerca di rendere l’ignoto noto, ma non per questo, di sottrarre ad esso la propria quota di meraviglia, anzi. Conoscere perfettamente il disegno divino nelle sue trame naturali – ma anche talora artificiali, “artificialia” e “naturalia” vanno spesso a braccetto – significa in qualche modo “meravigliarsi” vieppiù.

Ma significa anche cercare di decifrare il grande libro del mondo (e rimane lettura fondamentale al riguardo l’acuto lavoro di Hans Blumenberg, La leggibilità del mondo, per l’appunto, anche se del 1979): conoscere, classificare, utilizzare: l’aragosta, per portare uno solo dei possibili esempi, di un graziosissimo quadro di anonimo italiano secentesco, è crostaceo, “animale”, pesce? Senz’altro, vivanda deliziosa. Anche se oggetto di crudeltà infinita, per il modo in cui da sempre vien cotta, bollita viva (cadono, sia detto per inciso, in questo 2025 i venti anni dalla prima pubblicazione di Consider the Lobster di David F. Wallace, che allora fece molto parlar di sé).

E il meraviglioso “umano”? Ecco il ritratto di Cratete (quello di Tebe, vi è anche un Cratete d’Atene) di Luca Giordano, rappresentazione senza mezzi termini del “brutto” anticipatrice di molta “estetica del brutto”, disciplina alla fine meritoriamente, provocatoriamente inventata da un discepolo di Hegel, Karl Rosenkranz (il libro è del 1853, la traduzione italiana di Sandro Barbera presso Aesthetica di Milano). L’opera custodita a Palazzo Barberini in fondo ci fa ancora riflettere sulla differenza tra bellezza interiore e bellezza esteriore, Cratete “capomastro” in fondo doveva possedere, e a qual livello, almeno la prima. Certamente, però, Diogene Laerzio (uno dei pochissimi che ne parli) ne dà un ritratto quantomeno ambiguo:

“Cratete vendette il suo patrimonio, che apparteneva a distinta famiglia, ne ricavò circa duecento talenti che distribuì ai suoi concittadini […]. Diocle afferma che Diogene lo persuase ad abbandonare i suoi campi al pascolo delle pecore ed a gettar in mare il denaro che avesse […]. Fu perseverante nel suo proposito né si lasciò distogliere dai suoi parenti che venivano a visitarlo e che spesso dovette inseguire col bastone. Demetrio di Magnesia narra che consegnò il suo danaro ad un banchiere, a condizione che se i suoi figli fossero rimasti profani ed incolti desse loro il denaro, ma se fossero divenuti filosofi lo distribuisse al popolo; perché i suoi figli, se si fossero dedicati alla filosofia, non avrebbero avuto bisogno di nulla”. (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 87)

Un esempio da seguire? Non sia mai che la condanna ad essere archetipo del brutto da parte di un Luca Giordano non sia anche, forse nascosto, forse preterintenzionale, un attacco al suo pensiero, per quanto espresso qui sinteticamente, e – senza alcun dubbio – in modo molto parziale e dunque, come spesso accade con Diogene Laerzio – poco attendibile.

Finalmente, tra gli autori esposti merita attenzione un buon tardo-manierista, pittore esemplare della Controriforma, Panfilo Nuvolone, nativo di Cremona, ove nacque ne 1581, per spengersi a Milano nel 1651. Tutto da riscoprire, proprio per le sue magnifiche nature morte, che non potevano mancare nella Lombardia spagnola e anche nell’Emilia confinante, e non poco influenzata da motivi e ideali spagnoleschi.

Ma non solo i soggetti raffigurati, anche le nuove tecniche, compresa la “fusione” in cera di corpi animali, contribuisce alla cultura, e al “culto” (che ha qualcosa, sempre, di magico ed esoterico, a ben pensarci), della Meraviglia, vera e propria nuova divinità. Si pensi alla raffigurazione in pietra dura, forse marmo portoro, di una celebre xilografia di artista nordico raffigurante il Diluvio Universale, proveniente dall’Opificio delle Pietre Dure. Qui la festa della meraviglia, tutte o quasi le creature della terra raccolte nell’Arca, comprende anche uomini e donne che erano stati originariamente ritratti nudi, e che qui, come dice la didascalia, sono stati “castamente panneggiati”. Con l’elemento poi gotico, spettrale, il mare cosparso dei cadaveri dei peccatori, ovvero, di tutti i suoi abitanti “umani”, ad eccezione di quelli salvati dall’Arca. I sommersi e i salvati, come sempre accade nella Storia, non necessariamente nella porzione della medesima in cui l’intervento divino è – come in questo caso – così sfacciatamente e incontrovertibilmente diretto.

Meraviglioso, sublime. Ecco che l’antica categoria estetica greca appunto del “sublime” comincia a comparire, ben prima del suo trionfo neogotico con Edmund Burke, Kant, e loro corrispettivi artistici, da Füseli a Kaspar David Friedrich. E qui siamo tra fine Cinquecento e inizio Seicento.

Un solo rammarico, purtroppo la mostra non è accompagnata da un catalogo. Ma è davvero godibile, anche perché ai dipinti si affiancano oggetti di varia natura, più o meno singolari e preziosi, sempre accattivanti.

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