Vi sono numerose ragioni per accogliere con interesse la prima biografia in lingua italiana di una delle donne più straordinarie vissute a cavaliere tra Sette e Ottocento, Caroline-Stéphanie-Félicité, Madame de Genlis (1746–1830), una vera e propria Talleyrand al femminile, che attraversò indenne l’Antico Regime, la Rivoluzione e la Restaurazione, riuscendo perfino a vivere, in extremis, la Rivoluzione di Luglio. La prima, è che cade in questo 2025 il secondo centenario dalla pubblicazione dei suoi Mémoires, fonte inestimabile per la ricostruzione della vita di corte francese nel trapasso tra i regimi – non ostante errori, omissioni e “invenzioni” puntualmente segnalate, quasi tutte, dalla storiografia –; ma soprattutto fonte primaria per ricostruire una “vita incredibile”, o forse, piuttosto, inimitabile d’una scrittrice, educatrice, biografa, un’esistenza lunghissima (in tempi di ghigliottina), e dall’operosità straordinaria: si contano oltre 140 sue opere, nei più vari generi, alcune tradotte in diverse lingue, incluso l’italiano (ma non i Mémoires, purtroppo). La seconda, è che all’inizio di questo 2025 è morto il suo maggior biografo, Gabriel de Broglie, classe 1931, accademico di Francia dal 2001 (in sostituzione, en faute de mieux, di Alain Pereyfitte), che alla Signora dedicò una vastissima biografia nel 1985, poi ripubblicata diverse volte, magistrale affresco di un’epoca, prima di tutto, continuazione peraltro quasi necessaria del lavoro del 1981, L’Orléanisme ou La ressource libérale de la France, ove si pongono le basi per la ricostruzione dell’ascesa, e fallimento, del “liberalismo” costituzionale francese connesso, almeno in parte, a personaggi legati, anche sentimentalmente, con la Genlis.
Il terzo motivo, è che l’autrice del libro (L’incredibile vita. Storia di Madame de Genlis, Cleup, Padova, 2025), è Caterina Bergo, che nel volume, ben articolato e splendidamente illustrato (con opere anche rarissime), spesso tradisce il legame essenziale che sente con la Signora francese: con la sua “musa” (come l’autrice scrive spesso nel libro), Caterina condivide la grande passione, e professione: l’arpa. La cifra di una, anzi, due vite.
Questo il “fil rouge” musicale del libro, ma anche della vita della Genlis, arpista eccellente, riconosciuta fin da giovanissima come tale, prima ancora che scrittrice, perspicace e acuta difensora dei diritti delle donne (soprattutto in pedagogia), attentissima ai modi e alla forme per educare/istruire i bambini, in un’epoca in cui si cominciava a sentire il peso e l’invecchiamento dei modelli pedagogici illuministici (e tra le altre cose la Genlis scrisse anche un vero e proprio anti-Émile, al femminile, contrapponendosi con solidità di argomenti, e singolare prospettiva “femministica”, a Rousseau, ancora per molti aspetti e in molti ambiti, in auge).
Il libro della Bergo, anch’ella docente oltre che musicista e musicologa, ci porta in una cavalcata rapida ed entusiasmante tra i regimi che mutano, e i modi, a volte avventurosi, spesso difficili, con cui la Genlis salva la testa, e le proprie idee: lei che aveva sposato come molti aristocratici la via della “monarchia costituzionale”, che aveva sognato una “rivoluzione dolce” che non avvenne, che non sarebbe potuta avvenire, una rivoluzione intesa come episodio centrale del movimento riformistico dei Lumi, eternato nel capolavoro di Franco Venturi. Ella vide cadere insieme le teste del marito e dell’amante, Philippe Égalité, ma ebbe l’immenso piacere, al crepuscolo della vita, di vedere incoronato l’ultimo figlio di Philippe, il “re cittadino” nel 1830, dopo ventuno anni di esilio. Viaggi, talora nello spirito del Grand Tour, in libertà, come quello in Italia nel 1776 ben descritto nelle memorie, o esili in tempo di terrore, fanno della vita della bellissima, dotatissima Madame un modello di “resilienza”, se vogliamo dire, e adattamento al nuovo mantenendo una coerenza formidabile, un’idea “orleanista” che è ideale riformatore, nel segno, come ho deto, del miglior secolo dei lumi.
Il libro si conclude con una “ecfrasi” quasi necessaria, su Stella Petronilla Chiappini, la cui vita si intreccia con quella della Madame: colei che reclamò nientemeno – e alla fine su basi solide – il regno di Francia, provenendo dalla Romagna Toscana, e quasi dal nulla (ma di questo non dirò nulla per evitare di rovinare una sorpresa, davvero notevole, che si trova all’interno del libro). “Barattata” in culla…Ma con chi?
Dal punto di vista di un settecentista, rimane notevole il contributo che una rivoluzionaria moderata diede, ancora in pieno Ottocento, alla critica della filosofia materialistica dei Lumi, all’Illuminismo radicale quale si era venuto costituendo in una Francia legata a pensatori che si identificavano con una precisa “coterie” (in senso negativo, il lemma nasce proprio nel 1767), intesa e riunita in modo avvertito ad acquisire, per usare la nota locuzione di Gramsci, una “egemonia culturale” nel panorama francese e possibilmente europeo. La Genlis, pur critica verso la Chiesa cattolica, non è atea e ben s’avvede dei pericoli dell’Illuminismo radicale ancora nei primi decenni dell’Ottocento. Concepisce addirittura, fuori tempo massimo, una anti-Encyclopédie, mai realizzata: ma soprattutto, stigmatizza la filosofia degli “esprit fort” in un’opera che sembra attaccare tutti bersagli morti, ma che invece mostra intuito straordinario, perché l’Ottocento vide il proliferare, nefasto, dei figliuoli bastardi di Voltaire, D’Holbach, D’Alembert: Les diners du baron d’Holbach, dans lesquels se trouvent rassemblés, sous leurs noms, une partie des gens de la cour et des littérateurs les plus remarquables du 18e siècle, oltre 500 pagine pubblicate col nome dell’autrice nel 1822. Una critica profonda al materialismo settecentesco e ai danni da esso provocati. Purtroppo, anche quest’opera non è mai stata tradotta in italiano. Un peccato perché narra di qualcosa vissuto in prima persona, da spettatrice diretta e coinvolta.
In conclusione, l’auspicio è che l’appassionato volume della Bergo offra occasione per una rilettura della Genlis, sia dal punto di vista della storia della cultura e delle idee, sia da quello, più erudito e meno impegnato, dei suoi molteplici rapporti col mondo italiano – scrisse anche un lungo libro su Laura e Petrarca –, rapporti ben testimoniati dalla traduzione nella nostra lingua di svariate sue opere, ovviamente incluso il lungo lavoro petrarchesco. Rispetto alla biografia di de Broglie la Bergo poi inserisce una lunga sezione sull’aspetto tecnico, musicale, che è di assoluto rilievo scientifico per gli specialisti.
L’arpa è oggetto di poderosa secolarizzazione nel secolo dei Lumi, l’arpa a dieci corde del salterio, il biblico “kinnor” suonato da Re Davide, ricordato per la prima volta in Gen. 4:21, da strumento eminentemente sacro diviene radicalmente (o quasi) profano, ispiratore e generatore di sensualità, di atmosfere se non torbide, quantomeno erotico-sentimentali. Un esempio, lo splendido concerto per flauto, arpa e orchestra K 299 di Mozart, guarda caso composto proprio a Parigi, nel 1778. Mozart aveva ventidue anni e già alle spalle una produzione mostruosa. La Genlis ne aveva trentadue, e già aveva fatto tantissimo nella propria vita, una vita che sarebbe stata assai più lunga di quella del genio di Salisburgo. Ma peraltro non meno intensa, a ben vedere. Non smise mai di produrre, di lavorare, di amare, di vivere.
In Madame de Genlis la spiritualità sposa il sentimento, perché no anche l’erotismo, con la tutta la soavità, la dolcezza propria del secolo dei Lumi: Talleyrand, altro splendido superstite e navigatore tra i regimi, non aveva forse detto che “chi non ha vissuto negli anni prima della Rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere”? In fondo, erano perfetti contemporanei, il grande diplomatico e fine conoscitore del mondo era nato otto anni dopo, e si era spento otto anni dopo rispetto alla Genlis. Esattamente. Significativa coincidenza della Storia. Entrambi coltivarono il retaggio di un’epoca che non aveva espresso del tutto, forse proprio in politica, il proprio immenso potenziale. Che era di dolcezza, e non di terrore, di riforme, e non di rivoluzione. Di arpe, e non di ghigliottine.







