di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano
Ferrara, Palazzo dei Diamanti. Una stagione di passaggio che non è un ponte ma un varco: dal 1505 (successione da Ercole I ad Alfonso I d’Este) al 1534 la città rifonda il proprio immaginario, salutando i giganti del Quattrocento e scegliendo nuovi volti per dire potere, fede e modernità. La mostra “Il Cinquecento a Ferrara. Mazzolino, Ortolano, Garofalo, Dosso” (12 ottobre 2024 – 16 febbraio 2025) ha ricostruito il quadro con rigore e ambizione. Curata da Vittorio Sgarbi e Michele Danieli, ha messo a fuoco il ricambio generazionale e il “cantiere” iconografico della corte estense.
Il dossier politico‐artistico è chiaro: tramonta la generazione di Cosmè Tura, Francesco del Cossa, Ercole de’ Roberti (m. 1496) e si affermano Ludovico Mazzolino, l’Ortolano, Garofalo, Dosso Dossi. Ognuno porta una risposta diversa alla crisi del modello: l’anticlassicismo teatralmente “strano” di Mazzolino, il naturalismo luminoso dell’Ortolano, la misura “raffaellesca” di Garofalo, l’allegoria colta e gioiosa di Dosso. Tutto sotto la regia di Alfonso I, committente consapevole che rinnova spazi privati e pubblici per rifinire il volto della città.
Non è un dettaglio che il progetto espositivo sia stato premiato come “miglior mostra d’arte antica 2024” da Finestre sull’Arte: non parliamo di un semplice “tributo locale”, ma di un capitolo pesante nella rilettura del Rinascimento padano e del rapporto tra corte, artigianato colto e officine urbane. La Ferrara di oggi — fra Salone del Restauro, sistema museale e programmazione culturale — sta usando la memoria come politica dell’immagine: l’arte non illustra la città, la progetta.
Politica dell’immagine (oggi)
Il tema è attuale: mentre tante città inseguono l’evento “instagrammabile”, Ferrara mostra che il valore si crea costruendo genealogie — non slogan. È un messaggio anche per la gestione dei flussi e per l’indotto territoriale: mostre‐dossier che fanno scuola, non luna park.
Per concludere, una lettura simbolico–esoterica (essenziale):
– Il “diamante” estense (facciata del Palazzo): durezza, misura, invulnerabilità del potere civile.
– Anticlassicismo “strano” (Mazzolino): il perturbante come coscienza della crisi del canone; non decadenza, ma allerta.
– Garofalo “raffaellesco”: l’armonia come ordine politico, non solo grazia devozionale.
– Dosso e l’allegoria: immaginazione come dispositivo di governo (miti fondanti, virtù, tempo).
– Luce veneta dell’Ortolano: apertura alla circolazione delle forme (Ferrara non è periferia, è cerniera).
Nota da stimatore – fare attenzione a:
– Supporti e preparazioni: tavola/tela di primo Cinquecento con imprimiture sottili; attenzione a chiodature e telature ottocentesche.
– Disegno e stesura: sottostante energico (ricerca con riflettografia), velature che costruiscono aria più che contorni.
– Attribuzioni e botteghe: differenziare mano/ambito/seguace per Mazzolino e Garofalo; Dosso presenta varianti d’atelier.
– Provenienze: pesano i legami a committenze religiose estensi e a raccolte storiche dell’area padana.
– Iconografie: soggetti devozionali medio-piccoli vs pale d’altare: mercato e rarità non coincidono sempre.
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