Nel silenzio antico del Parco Nazionale del Cilento, tra colline che odorano di bosco e mare lontano, il ferro non è solo materia: è memoria, voce, destino. È qui, a Torre Orsaia, piccolo comune della provincia di Salerno, che prende forma l’arte di Leo Capobianco, artigiano e scultore del metallo, nato il 23 aprile 1984 a Vallo della Lucania.
La sua storia non comincia in un’accademia né tra le mura di un laboratorio blasonato, ma nel gesto istintivo di un bambino attratto dal fuoco e dalla trasformazione. A dodici anni Leo realizza le sue prime creazioni in metallo, esperimenti ingenui forse, ma già carichi di quella tensione creativa che negli anni diventerà linguaggio. Nessun maestro, nessuna scuola tradizionale, Capobianco cresce da autodidatta, imparando dal fare, sbagliando,
osservando, accumulando esperienza come si accumula il tempo sulla pelle.
Circa ventidue anni fa la passione prende una direzione precisa avviandosi verso la creazione di coltelli, seguita poco dopo da spade e repliche di armi antiche. Oggetti che raccontano epoche lontane, guerre, miti e rituali. Repliche rigorosamente non affilate, nel rispetto delle normative, ma capaci di conservare intatto il loro potere evocativo. In ogni lama, in ogni elsa, Leo imprime non solo tecnica, ma rispetto per la storia e per la materia, trattata come qualcosa di vivo, mai domato del tutto.
Il suo lavoro è fisico, essenziale, quasi primordiale, perchè come ben si sa il ferro viene scaldato, battuto, piegato, ma mai forzato oltre il suo limite naturale. In questo dialogo continuo tra uomo e metallo si riconosce una filosofia antica, fatta di pazienza e ascolto, lontana dalla produzione seriale e dalla fretta contemporanea.
Il 2025 segna una svolta importante nel percorso artistico di Capobianco, dando luce alle le sue opere più significative in “Ferro Battuto”. Tre opere che rappresentano un nuovo capitolo, un passaggio dalla funzionalità alla pura espressione artistica. Il ferro non è più soltanto arma o strumento, ma diventa corpo, gesto, racconto astratto. Altre sculture sono già in programma e vedranno la luce nei prossimi mesi, confermando una ricerca in piena evoluzione.
Le sue opere sembrano emergere dalla terra stessa del Cilento, aspre e autentiche come il territorio che le genera, infatti in esse convivono forza e fragilità, peso e movimento, memoria e visione. Ogni creazione porta con sé il segno del tempo, del fuoco, della mano che l’ha forgiata.
Leo Capobianco non ama definirsi artista nel senso convenzionale del termine, ma preferisce essere riconosciuto come uomo che lavora il ferro, lasciando che siano le opere a parlare. E forse è proprio questa umiltà, unita a una dedizione totale, a rendere il suo percorso così autentico.
In un’epoca dominata dal digitale e dall’effimero, il suo lavoro ci ricorda il valore del gesto lento, del mestiere tramandato senza parole, della passione coltivata nel silenzio. Nel ferro di Leo Capobianco non c’è solo materia, ma c’è una vita intera, forgiata col tempo, col fuoco e con l’amore per l’arte.









