Per qualcuno Gaza vale più di un contratto collettivo. Vale più di un aumento di stipendio, di una clausola di sicurezza in fabbrica, di un rinnovo atteso da anni. E così i sindacati, invece di battersi sul terreno che li definisce – il lavoro – hanno deciso di giocarsi la carta più vistosa: lo sciopero generale “in solidarietà con il popolo palestinese”.
Che nessuno fraintenda: il dramma di Gaza è reale, immenso, insopportabile. Ma che c’entra con il blocco dei treni, con le scuole chiuse, con i pendolari lasciati a piedi? Forse l’ennesimo disservizio ai cittadini italiani può fermare un conflitto che dura da decenni? O, più semplicemente, serve ai sindacati per ricordare di esistere, dopo anni di marginalità e di battaglie perse?
È il sindacalismo da palcoscenico: indignazione a comando, scioperi come scenografia, comunicati roboanti che finiscono in prima pagina. Poco importa se la Commissione di garanzia ha giudicato illegittima la mobilitazione. Poco importa se la legge sullo sciopero prevede regole precise. Poco importa se i disagi, alla fine, li subiscono i soliti: lavoratori, famiglie, studenti.
Lo strumento dello sciopero generale non nasce per questo. Non è un megafono da usare ogni volta che si vuole fare rumore, non è un alibi per ottenere visibilità politica. È un’arma eccezionale, che va brandita per cause concrete e legate al lavoro. Declassarla a protesta ideologica significa toglierle credibilità, svuotarla di senso, trasformarla in farsa.
Chi oggi sciopera “per Gaza” dovrebbe almeno avere l’onestà di ammetterlo: non sta difendendo salari o diritti, ma sta recitando un ruolo in uno spettacolo dove il sipario è il dolore altrui. E il prezzo del biglietto, ancora una volta, lo pagano gli italiani che si ritrovano ostaggi di una protesta senza né capo né coda.









