di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano (https://www.valutazione-quadri.it/)
L’Italia del Novecento ha avuto uno scultore che ha preso sul serio la parola “energia” fino a portarla fuori dal vocabolario e dentro la materia. Umberto Mastroianni (1910–1998) non costruisce statue: innesca detonazioni. Le sue forme non stanno: accadono. Cunei che si aprono, fenditure che dilatano l’aria, metalli che sembrano forze in stato solido. E, soprattutto, un’idea etica: la scultura come atto pubblico, non come soprammobile beneducato.
Dal Futurismo alla Resistenza: il passaggio di fase
Alle spalle c’è il Futurismo, certo, ma depurato da ogni euforia propagandistica: a Mastroianni interessa il vettore, non la retorica della velocità. Nel suo alfabeto il dinamismo non è una posa; è la scrittura della realtà storica. Non è un caso che, durante la guerra, entri nella Resistenza. Per lui la forma non è mai neutra: è presa di posizione. Dopo il 1945, la scultura diventa strumento di memoria militante, con un’idea quasi architettonica di spazio pubblico: il monumento non come statua che domina una piazza, ma come dispositivo energetico che la attraversa.
Il “cristallo che esplode”: Cuneo, 1969
Fra i suoi interventi monumentali spicca il Monumento alla Resistenza a Cuneo (1969): una “esplosione di cristallo” in bronzo che orienta il suo scoppio verso Boves, città martire. Non è semplice metafora visiva: è cartografia morale. I cunei bronzei che si aprono sono una topografia del trauma e insieme una pedagogia del coraggio; la base metallica e la struttura portante in acciaio lavorano come cerniere del ricordo. Non celebrazione, ma tensione: la memoria è un campo di forze, non una lastra di marmo con un nome inciso.
Dalla piazza al laboratorio: tecnica e linguaggio
L’ossessione di Mastroianni è il passaggio dallo schizzo alla massa. L’idea nasce spesso come segno incisorio (litografie, acqueforti, monotipi, rilievi su piombo e cartoni “operati”), e poi si fa corpo: bronzi a cunei interagenti, strutture in acciaio o alluminio, talvolta superfici patinate che alleggeriscono la massa senza addomesticarla. La frattura non è difetto: è metodo.
L’artista orchestra serie e varianti: ciò che conta non è l’unicità romantica ma il processo. Anche nelle opere grafiche – importantissime per capire l’officina – l’“urto” viene provato, modulato, ripreso; la matrice si comporta come un acceleratore e la stampa come un’uscita possibile dell’energia.
Pubblico, politica, orgoglio nazionale
Chi voglia leggere questi monumenti come “astrazioni” sbaglia sguardo. Sono politica civile in metallo: non partigianeria, ma orgoglio nazionale ben inteso, memoria comune che si dà forma e non cede né al decorativo né al vittimismo. Per questo Mastroianni può essere reinstallato nel presente senza anacronismi: quando il discorso pubblico si fa volatile, la sua scultura ribadisce che la comunità esiste – e si difende anche attraverso simboli fisici nelle città.
Riconoscimenti e lasciti
Nel 1989 riceve il Praemium Imperiale per la scultura: non un premio di circostanza, ma il riconoscimento internazionale di un linguaggio che ha saputo tradurre la storia italiana in grammatica plastica. Fondazioni, musei civici e raccolte pubbliche conservano oggi modelli, bozzetti, rilievi, studi: è lì che si coglie la continuità tra disegno, incisione e fusione. Anche la cronaca recente – furti e trafugamenti di opere metalliche – dimostra quanto la sua produzione resti ricercata e vulnerabile: un ulteriore motivo per lavorare con rigore peritale.









