di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano (https://www.valutazione-quadri.it/)
La mostra di Valerio Berruti a Palazzo Reale non è un’ennesima “esperienza immersiva”: è la prova che si può costruire una poetica popolare senza cadere nel populismo visivo. Bambini che non sono sentimentalismo ma misura del tempo: infanzia come zona franca tra memoria e progetto. Le sue figure, essenziali e ritmiche, fanno pensare a un coro: somigliano, ma non sono mai uguali. Non illustrano la nostalgia; allenano alla cura.
Qui l’installazione non invade, accorda. Sculture leggere, animazioni, una giostra che non è gadget ma metronomo dello spazio: la città che entra in museo e si riconosce. Berruti è un caso particolare di contemporaneo che non ha bisogno di shock: lavora sul respiro, disinnesca l’ansia da prestazione dello spettacolo, restituisce tempo condiviso.
Il merito dell’istituzione è di trattare l’opera come ecosistema: allestimento sobrio, didattica, mediazione. È il contrario dell’evento a scadenza: è politica culturale che costruisce relazione. Non a caso il suo lessico — linea, modulazione, ritornello — ha qualcosa di musicale: la comunità si fa opera quando accetta una ritmica comune.









