di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano (https://www.valutazione-quadri.it/)
Fausto Melotti confuta un pregiudizio: che la scultura sia potere del peso. Le sue città d’aria — fili, lastre, piastre sottili — fanno della leggerezza una etica. Non si tratta di candore: è disciplina del vuoto, geometria ospitale. L’opera non occupa lo spazio: lo accorda. Il risultato è una scultura che si offre come progetto di convivenza: abitare senza soverchiare, parlare piano, lasciare respiro. In un Paese rumoroso, Melotti è un atto politico.
La grazia, parola sospetta ai cinici, è qui tecnologia. Si costruisce: tramite modulazioni minime, equilibri instabili, relazioni tra parti che reggono come in una partitura. Si vede nella coerenza dei rapporti, nel modo in cui la luce scivola e si ferma, nella misura dei pieni e dei vuoti. Non c’è nulla di “decorativo”: la bellezza è funzionale.
Melotti insegna anche una retorica della soglia: colloca l’opera dove l’architettura comincia a cedere al paesaggio interiore. È scultura “civile”: non serve a commemorare ma a regolare l’umore di uno spazio. Per questo dialoga con case, cortili, musei, chiese, uffici: ovunque ci sia bisogno di temperanza visiva. La sua modernità è un’educazione al parlare sottovoce.
Lettura simbolica (sobria). La linea è promessa, non confine; il modulo è pazienza; il vuoto è fiducia. È una politica dell’attenzione: togliere chiasso per rendere visibile ciò che conta.









