Castello Sforzini

di Castellar Ponzano

Wilfredo Lam: la giungla come contro-icona del Novecento

di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano (https://www.valutazione-quadri.it/)

Wifredo Lam è l’artista che ha trasformato la pittura moderna in una lingua creola: Europa, Africa e Caraibi fusi in un alfabeto di maschere, lame vegetali, totem erotici. Non è l’esotico che seduce Parigi: è il ritorno del rimosso coloniale sulla tela. In opere come La Jungla l’immagine non racconta, interroga. Le canne da zucchero diventano organi, i corpi divinità ibride: il campo di lavoro si muta in bosco sacro. È una teologia del sincretismo che smentisce il folclore: non cartolina, ma contro-icona del Novecento.

Lam ha imparato in fretta le regole europee (Picasso, Matisse, il Surrealismo) per smontarle dall’interno. Il suo cubismo non frantuma la forma, la consacra: taglia e ricompone per liberare presenze. L’eros non è psicologia borghese: è forza rituale. La linea si arrotola come serpente, le figure si armano di corna, becchi, denti: non mostruosità, ma potenze; non teatrino primitivista, ma invocazioni di orisha travestite da avanguardia. In Lam, il “nero” del mondo non è una quota cromatica: è soggetto politico che rientra nella Storia con la durezza di un rito.

Una lettura simbolico-esoterica utile e sobria. Le corna chiamano la regalità di Changó; le maschere sono interfacce per lo spirito; la canna da zucchero è la colonna della piantagione e il suo contrario: bastone del rito; le mani-foglia sono metamorfosi del totem; il cavallo che attraversa molte opere è psicopompo, transito tra visibile e invisibile. Tutto è soglia. L’Europa dell’entre-deux-guerres cercava l’“altro” come decoro; Lam risponde: l’“altro” sei tu, quando rinunci a vederti.

Politica dell’immagine oggi. L’arte contemporanea parla molto di identità; Lam l’ha fatta senza slogan: ha mostrato che un linguaggio nasce quando si tiene insieme ciò che la storia ha separato. Per i musei europei, conservarlo bene significa raccontare la geografia del trauma (schiavitù, piantagione, missione) senza moralismi, mettendo il pubblico davanti alla potenza formale del quadro. La forma non “abbellisce”: risarcisce.

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