di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano (https://www.valutazione-quadri.it/)
Mimmo Rotella entra nella modernità dalla sua discarica visiva: i manifesti di strada. Il decollage non è gesto vandalico; è chirurgia. Strappare non distrugge: rivela. Sotto la pubblicità patinata emergono strati di tempo, lacrime, muffe, ripassi. È il palinsesto della città che si dichiara. L’icona cinematografica, la réclame, il volto idolatrato: Rotella li restituisce al loro statuto reale—carta—e li fa parlare. È il lato italiano del Nouveau Réalisme: non feticcio dell’oggetto, ma critica dell’immagine-merce.
Il gesto ha una forza politica limpida. La pubblicità promette eternità all’istante; Rotella lo smentisce con la fragilità della materia. In un’epoca di feed infiniti, il suo metodo è più necessario che mai: togliere, sottrarre, rendere visibile la cicatrice. Quando passa alle serie Artypo (prove tipografiche assemblate) o agli effaçage, non tradisce il principio: mostra l’officina dell’immagine, la sua fabbrica. Non moraleggia; mette l’occhio davanti alla meccanica del desiderio.
Una lettura simbolica essenziale. Lo strappo è catabasi: discesa negli strati dell’immaginario; la sovrapposizione è memoria; i brandelli sono reliquie profane; il volto divistico è santo laico che si consuma. L’opera non è collage “di gusto”: è autopsia del moderno.
Il mondo è pieno di immagini urlate: Rotella insegna la sottrazione come etica dello sguardo. Strappare è un modo per rimettere in ordine: togli rumore, resta presenza.









