di Luca Sforzini, esperto d’Arte e proprietario del Castello di Castellar Ponzano (https://www.valutazione-quadri.it/)
Le sfere di Arnaldo Pomodoro non sono oggetti perfetti incrinati per capriccio: sono mondi aperti. La lucidità del bronzo promette la completezza; la fenditura la smentisce, rivelando una città interna di ingranaggi, lamelle, alveoli. È il paradosso moderno: la tecnica che ci salva e ci espone insieme. Pomodoro ha portato la scultura italiana fuori dallo studio, nel foro civile: piazze, università, ambasciate. Non monumenti alla gloria, ma macchine morali che costringono a meditare sull’idea stessa di civiltà.
Il suo lessico nasce da una “scrittura” che incide: segni-alfabeti, quasi cuneiformi, che diventano architetture. La sfera non scoppia, partorisce. L’erosione è rivelazione, non rovina: la pelle del mondo cede per mostrare la struttura del pensiero. Questa scultura è classica nel volume e contemporanea nel trauma. In tempi di identità esitanti, Pomodoro pratica un orgoglio nazionale sobrio: non urla appartenenze, le costruisce nello spazio condiviso. L’opera non chiede selfie; chiede cittadinanza.
Simboli senza misticismi superflui. La sfera è uovo del cosmo; la fenditura è nascita; i denti interni sono il linguaggio della tecnica, materia alfabetizzata; il lucido/opaco è l’oscillazione tra apparenza e verità; la verticale delle lame interne è colonna-spina dorsale della polis. Chiede di guardare dentro.
La politica culturale ideale? Committenze pubbliche con manutenzione garantita, mediazione educativa in loco, patti pluriennali con le comunità. La scultura torna infrastruttura, non scenografia.









