Castello Sforzini

di Castellar Ponzano

Etica dell’Economia

Con il termine etica (dal greco ἦθος, carattere costume comportamento) si intende in senso generale, direi comunemente, il comportamento sociale, o morale che una persona adotta nel suo ambito di appartenenza, muovendo, quindi da un sentire che fa riferimento alle azioni ritenute comunemente buone o cattive, quindi non solo alle azioni legalmente ammesse o a quelle politicamente ritenute più corrette.

Con il termine economia (dal greco οἶκος, casa anche nel senso di beni di famiglia, e νόμος, norma o legge) si intende in genere la scienza che studia la produzione dei beni e dei servizi, la distribuzione e l’utilizzazione della ricchezza. Quindi un modo di operare finalizzato a ottenere il massimo vantaggio con il minimo dispendio di energie e di risorse, la ricerca la trasformazione e la distribuzione delle stesse, un proficuo utilizzo dei beni, la ricerca di sistemi di produzione sempre più efficienti e un appropriato utilizzo della moneta.

Che relazione esiste tra etica e economia? Entrambe le dottrine attengono al comportamento umano, ma ne considerano aspetti diversi. L’etica si occupa dei principi capaci di giustificare perché certi comportamenti, piuttosto che altri, sono giusti, benefici o desiderabili. L’economia compendia la produzione, la domanda, l’offerta, lo scambio, il consumo dei beni e servizi e le interrelazioni tra i diversi attori.

Da ciò appare evidente che la dottrina economica non può dire se l’azione di un singolo soggetto è eticamente corretta, come parimenti è vero che il comportamento ispirato a un principi etico non può concretamente essere sempre economicamente applicabile.

L’economia, nell’accezione generale del termine, viene spesso rappresentata e soprattutto percepita come qualcosa di asettico, una sorta di ipse dixit di pitagorica o aristotelica memoria, che implica in modo quasi ineluttabile un sistema sia esso produttivo, distributivo, organizzativo, commerciale e finanziario, non influenzato o derivato, seppur in parte, dal sentire dei singoli.

Ma anche l’economia, così ogni altra altro ambito afferente la società umana, quale ad esempio anche il sistema giuridico, riflette gli istinti primari di ogni essere, le regole comportamentali man mano sviluppatesi.

Da questa considerazione appare evidente che il sentire di ogni essere contribuisce a creare, anche riguardo l’economia un sistema. Quindi l’etica è per così dire una sorta di agente casuale (nel senso di causa), che contribuisce a disegnare il sistema e a creare anche le condizioni di cambiamento del sistema stesso.

Il sentire interiore pertanto porta a condividere più o meno pienamente le scelte economiche o ad avversarle se contrarie all’intimo che è in noi.

Questo è così evidente, ad esempio riguardo i comportamenti nelle relazioni tra gli esseri umani e il consumo di beni, che in taluni contesti sono altamente desiderati mentre in altri assolutamente da evitare (ad esempio le bevande alcoliche, alcune tipologie di alimenti per non parlare delle questioni derivate dalle tradizioni sociologiche o addirittura da quelle religiose).

La necessità di contemperare il sentire etico e l’economia ha originato una sorta di categoria quale appunto l’etica dell’economia.

L’etica dell’economia è quindi la risultante dell’istinto, direi naturale, dei singoli e la possibilità che un sistema economico astrattamente può offrire.

Tenere in considerazione l’etica contribuisce a elaborare un sistema economico nel quale si tiene conto dei codici comportamentali istintivi, che possono per di più avere una disciplina giuridica, quindi legalmente cogente.

In un contesto globalizzato ove gli spazi e il tempo, rispetto a poche decenni or sono, sono assottigliati se non quasi azzerati, anche l’etica, soprattutto negli ambiti più evoluti soprattutto spiritualmente, contribuisce alla costante evoluzione del sistema economico, senza per questo perdere la caratteristica propria, cioè quella di essere una naturale matrice comportamentale, che influenza, al di là degli aspetti astrattamente utilitaristici, le scelte anche economiche di ogni essere umano.

Dobbiamo pertanto conciliare, come dice Amartya Sen, il grande economista indiano premio Nobel, il cosiddetto pensiero calcolante (dominus nella ‘scienza del governo’ e nella ‘scienza della ricchezza’), e il pensiero pensante (metafisico ed etico, ovvero quello che origina l’umano agire).

Riguardo una riflessione su questa tematica sembra opportuno evidenziare quali problematiche potrebbero attenuate se non risolte. Sicuramente si potrebbe dare un buon contributo in materia di: povertà e disuguaglianza, dignità della persona umana, uguaglianza dei diritti di carattere personale (a prescindere dalle differenze individuali), solidarietà (cioè il dovere di tutti, anche riguardo l’economia per ricercare il bene comune), ampliamento delle possibilità per tutti, ampia valorizzazione del lavoro e lo scambio dei beni equo e paritetico.

Spesso la utilità economica, meccanicamente intesa, direi racchiusa in una formula astratta, espressa a volte soprattutto in termini monetari, non è un indicatore adeguato, se preso a se stante e non riferito ad altri profili quali la longevità, la salute, un lavoro minimamente soddisfacente, la pace e un contesto sociale più sereno possibile.

In altri termini lo sviluppo, non può essere considerato solo riguardo l’aumento del reddito pro capite o il progresso tecnologico; altrettanto importanti e determinanti sono crescenti livelli di scolarità, le libertà civili e politiche.

E’ quindi opportuno sottolineare che in campo economico la capacità di azione (cui si associa una seppur minima disponibilità di base di beni e servizi) è centrale nel considerare la effettiva libertà delle persone.

Mi viene in mente, allargando il nostro orizzonte, quali persone ormai globalizzate, quanto sia necessario che un sistema economico adeguatamente etico deve contribuire anche a debellare la fame, l’analfabetismo e l’assenza di diritti civili e politici, perché queste sono le cose che permettono di vivere in un sistema accettabile, dal quale deriva un ordinato equilibrio socio politico, che a sua volta può contribuire a ridurre i conflitti e le guerre.

Dobbiamo, seppur senza fanatismi e semplificazioni integraliste, superare quella che sembra essere una nuova divinità, il PIL, che, come ormai a tutti noto, è considerato l’indice, direi dogmatico, con il quale viene misurato e quindi valutato l’andamento economico di un paese e il benessere, in termini di accesso ai beni e servizi.

Secondo una logica puramente astratta, e come già accennato ispirata al pensiero calcolante, il PIL consente di misurare e confrontare i paesi presi in considerazione, dal punto di vista della crescita e lo sviluppo economico. Ma il PIL non apprezza, in quanto non ne attribuisce un valore monetario, la qualità della vita in termini di serenità e di benessere.

Sicuramente sarà utile individuare ulteriori indicatori sociali e ambientali, come, ad esempio, oltre un decennio fa, l’Ocse ha fatto, promuovendo un progetto globale mediante il quale misurare il progresso di un contesto sociale.

Basti pensare che il sistema sociale va verso una criticità crescente, nel quale la serenità non viene certo favorita dall’esistenza di un mercato seppur ampio e variegato, né tanto meno da apparati burocratici industriali sempre più articolati, in quanto gli stessi da soli non sembrano apportare soddisfacimento ai singoli nel loro ambito sociale di appartenenza.

L’etica deve aiutarci quindi a ricondurre i grandi progressi scientifici al servizio di tutti per rendere gli stessi utili al bene e al progresso dell’umanità. Quando detto progresso non è animato da ragioni etiche, può addirittura essere pernicioso.

Pertanto le teorie economiche vanno analizzate, anche attraverso il filtro dell’etica, al fine di capire tutti gli obiettivi, gli interessi delle parti, ove talvolta ideologie ben mascherate portano a favorire l’élite di turno dominante. Per cercare un desiderato equilibrio tra economia ed etica appare necessario anche uno studio e una ricerca riferita alle varie branche del sapere riguardanti l’economia stessa, la storia, la filosofia e la psicologia, senza trascurate lo studio delle religioni.

Ciò appare ancor più necessario in un mondo iper tecnologico che sembra nascondere le sue origini e i suoi fondamenti, senza dimenticare i conflitti che distruggono, vite e speranze, che purtroppo ancora sono una tragica realtà, che sembra inesorabilmente accompagnare il cammino dell’essere umano.

Augusto Vasselli

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